Vaticano 2.0

La Chiesa Cattolica è da sempre un punto di riferimento per i comunicatori. La ragione è chiara e lampante: nessuno ha mai saputo veicolare dei contenuti in modo altrettanto efficace. I primi predicatori forse hanno improvvisato, scegliendo in maniera autonoma stile e tono, ma, con il passare del tempo, gli aspetti comunicativi lasciati al caso si sono ridotti sempre più.

Sant’Agostino di Ippona, tanto per fare un esempio, è uno dei comunicatori di più grande successo che la Chiesa Cattolica possa vantare. Citato anche nei manuali di retorica, Agostino raccomanda lo stile umile, ma non incolto, è convinto che ad ogni diverso tipo di pubblico si debba adattare uno specifico linguaggio, invita gli oratori a mettere davanti agli occhi degli ascoltatori l’oggetto del discorso. Linee guida moderne, da cui neanche i pubblicitari di oggi possono prescindere.

Il 23 gennaio di quest’anno papa Benedetto XVI  invita la Chiesa a guardare a Internet con entusiasmo e audacia ed esorta i sacerdoti a navigare e a partecipare ai social network per portare la parola di Dio nel grande continente digitale.

Detto, fatto! Devono passare solo un paio di giorni prima di avere le prime risposte della rete, come The Prayer Engine. Si tratta di un modello di social network da installare sul proprio sito o blog, dedicato alla richiesta di preghiere. Ci si registra e si invia la propria richiesta, quando viene accolta da uno o più iscritti si riceve una notifica. Gli americani ne hanno create a decine di community ad hoc: Faithlight, Holypal, Yourchristianspace e JCFaith, solo per citarne qualcuna. In Italia invece troviamo Faithbook.it e ChristianCafè, dei Cristiani Evangelici. Evidentemente l’appello del Papa è stato accolto a braccia aperte.

Anche oggi quindi la Chiesa ce la mette tutta per non perdere colpi e rimanere “sul pezzo”. E per farlo decide anche di iscriversi a Twitter. Il 20 Marzo vengono creati sei account, uno per ogni lingua: oltre allo spagnolo, troviamo l’italiano, (“news_va_it”), il francese (“news_va_fr”), il tedesco,(“news_va_de”), l’inglese (“news_va_en”) e il portoghese (“news_va_pt”).

Ciò che stupisce, però, è che a distanza di dieci giorni, i followers non siano neanche 200. È vero che “dare i numeri” per quantificare in modo preciso una strategia social di successo è quasi impossibile, ma considerato il target di riferimento, forse ci si poteva aspettare qualcosa di più.

Che la Chiesa, a prescindere dalla bontà dei contenuti trasmessi, abbia perso completamente la capacità di raggiungere il suo pubblico? Purtroppo non basta “esserci” sui social media per riscuotere successo, bisogna anche sapere cosa scrivere e come farlo. Che investire nel social media marketing sia un modo per svecchiare l’immagine del Vaticano? Se questa è l’intenzione, forse è il caso di correggere il tiro…

Articolo apparso sul n°51 di http://www.spotandweb.it di Martedì 30 Marzo.

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